5 Novembre, 2009 di mario
Quando insegnavo mi è capitato più di una volta di discutere della presenza del crocifisso in classe. Tra l’altro, in alcune aule c’era e in altre no e non ho mai capito bene quale fosse il criterio. Forse, semplicemente, dato che la scuola in cui insegnavo era piuttosto nuova, il crocifisso non c’era in nessuna aula e poi qualche alunno lo aveva portato e appeso, nessuno aveva trovato niente da dire e la croce era rimasta lì.
Adesso pare che togliere o meno il crocifisso dalle aule scolastiche (e, di conseguenza, da tutti i luoghi pubblici) sia un’offesa insostenibile non tanto alla fede cristiana, ma alla civiltà occidentale tout court, e a questo punto si potrebbe discutere se appendere anche la Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Delle discussioni di allora (non più di cinque anni fa, comunque) ricordo tante posizioni preconcette da parte degli studenti. Il crocifisso era il simbolo dei nostri valori contro quelli portati dagli invasori musulmani, il simbolo della fede (e io che sono cristiano voglio vederlo sul muro), una cosa qualunque appesa ai muri tra i poster di cantanti e calciatori.
Facile smontare le argomentazioni, soprattutto quando saltava fuori che alcuni tra quelli che difendevano il crocifisso in classe non erano poi frequentatori così assidui della chiesa; alla fine quasi tutti si rendevano conto che si trattava più che altro di un’abitudine, o come ha detto Di Pietro, “un simbolo che ti ricorda amore e sensibilità”.
Insomma, dopo aver fatto ragionare i ragazzi, mi rendevo conto con terrore che quello che venivano a riportare a scuola erano le frasi fatte che avevano sentito a casa, nei bar, per la strada, da gente che non aveva riflettuto neanche un secondo sull’argomento (e neanche su molti altri, per la verità) e che si era bevuta le storie sulla guerra tra civiltà e la difesa dei valori. I ragazzi vivevano (e credo che in gran parte vivano ancora) in una cultura che guarda indietro, che ha paura del nuovo, e che si nasconde dietro il crocifisso come un esorcista, gridando “Vade retro, Satana!” contro tutto quello che non capisce.
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29 Ottobre, 2009 di mario
La via in cui abitiamo, a Lussemburgo, è lunga circa 800 metri. Per metà di quegli 800 metri non ci sono passaggi pedonali e la casa in cui viviamo si trova proprio a metà dei 400 metri senza strisce per attraversare.
Ho già scritto in passato di come funzioni l’attraversamento per i pedoni a Lussemburgo. Per analogia, si potrebbe pensare che anche dove non ci sono le strisce gli automobilisti siano comunque attenti ai pedoni e pronti a fermarsi per lasciarli passare. Invece non è così: gli stessi conducenti che cento metri prima si sono fermati vedendo un pedone che cominciava a pensare all’idea di attraversare la strada sono spietati quando non ci sono strisce dipinte sulla strada. Attraversare diventa allora un’impresa, un po’ come succede in Italia, il che ci dà la sensazione, in questo caso non esattamente piacevole, di essere tornati a casa.
Però è anche qualcosa che fa riflettere sulla presunta superiorità dei paesi del centro e del nord Europa per quanto riguarda civiltà e qualità della vita. È vero che in genere si vive meglio, che i servizi funzionano, che c’è rispetto per gli spazi pubblici, ma quanto di tutto questo è davvero “civiltà” innata o si tratta piuttosto di “comportamenti” inculcati a suon di multe e punizioni? Ho visto più poliziotti fare multe per divieto di sosta qui in neanche due anni di quanti ne abbia visti in Italia in più di quaranta. La sensazione è che in Italia (ma anche in Francia o in Spagna, per quanto ne so) ci sia maggiore elasticità, il che significa, portato all’eccesso, scarso rispetto delle regole, ma anche capacità di adeguare i comportamenti alle circostanze. Un po’ di fantasia, insomma, proprio quello che qui sembra mancare alla maggior parte delle persone.
Certo, se ci fosse anche la fantasia (oltre a un clima migliore) questo sarebbe il mondo perfetto. Però forse è il caso anche di rivalutare la capacità tutta italiana di considerare le persone e le loro esigenze al di sopra della legge e delle regole, purché nella giusta misura. Se gli automobilisti lussemburghesi imparassero dagli italiani, forse sarebbe più facile attraversare anche dove non ci sono le strisce.
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27 Ottobre, 2009 di mario
Credo che sia normale: un avvenimento finisce in prima pagina quando si è appena verificato, poi tende a finire sempre più indietro e a occupare meno spazio nei telegiornali, nei giornali, nei giornali online, nei blog, fino a scomparire del tutto. Succede per eventi importanti e per altri di cui si accorgono solo i cosiddetti “addetti ai lavori”.
Per questo mi sembra importante, e anche incredibile, se rapportato alla stampa italiana, che il sito del New York Times aggiorni quotidianamente una rubrica che si chiama “Names of the Dead“, che riporta i nomi di tutti i soldati americani che ancora oggi muoiono ogni giorno in Afghanistan, in una guerra che doveva finire in pochi giorni e che invece sta durando più di quanto sia durata la seconda guerra mondiale.
Non bastasse questo, il Washington Post pubblica addirittura le foto dei caduti in Iraq e Afghanistan (mentre scrivo sono 4.326 in Iraq e 804 in Afghanistan).
A volte la nostra memoria è davvero troppo corta.
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È da poco disponibile (solo negli USA, però) ZuneHD, lettore multimediale di Microsoft che si inserisce nella categoria dominata da iPod Touch. Applicazioni disponibili al momento del lancio: nove. Pare tuttavia che aumenteranno.
È uscito anche Windows Mobile 6.5, sistema operativo Microsoft per cellulari. Pare che non sia un granché, ma gli utenti già dicono che si aspetta la versione 7, e allora sì che il sistema sarà spettacolare.
Gli utenti Microsoft hanno una fiducia sconfinata nel futuro.
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Ho già parlato di Patria 1978-2008, il libro di Enrico Deaglio. Lo cito di nuovo perché, terminata la lettura della storia vera e propria, sto scorrendo la bibliografia, curata da Andrea Gentile. Sono rimasto a bocca aperta. La mole del materiale consultato e segnalato è impressionante e testimonia un lavoro meticoloso e attento nella ricerca delle fonti.
Sarebbe bello leggere più spesso libri ben documentati e in grado di reggere qualunque verifica sulla loro affidabilità. In questo senso il lavoro di Deaglio e Gentile è un esempio da seguire, alla faccia della tanta approssimazione evidentemente alle spalle di quello che leggiamo ogni giorno.
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30 Settembre, 2009 di mario
Al circolo del Partito democratico “Dalla Gobba all’Ortica” di Milano, Ignazio Marino, la cui mozione è stata presentata da Giuseppe Civati, ha avuto più voti di Pierluigi Bersani, presentato da Massimo D’Alema.
Il commento di D’Alema è stato che la proposta di Marino è “troppo avanti in questo momento per essere realmente proponibile”.
Io ho sempre pensato che i leader di un partito dovessero essere più avanti degli altri (leader viene da “to lead”, guidare), e mi sembrava di avere capito che il Pd puntava a essere un partito di rinnovamento. Ho paura di non avere capito niente.
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16 Settembre, 2009 di mario
Sto leggendo, a pezzi, data la mole, Patria 1978-2008, di Enrico Deaglio. Si tratta del racconto preciso e a tratti spietato di quello che è successo in Italia negli ultimi trent’anni (e se qualcuno volesse contribuire con i suoi ricordi, c’è anche un sito per farlo).
Si potrebbero dire molte cose su questo libro, ma c’è un aspetto che mi colpisce ogni volta che lo apro, tanto è ricorrente, ed è il potere smisurato e onnipresente della mafia. Ci sono documenti ufficiali e atti processuali che documentano e provano i rapporti strettissimi tra i boss mafiosi e alcuni dei principali uomini politici degli ultimi trent’anni, tra organizzazioni criminali, industriali e imprenditori. E io mi chiedo come sia possibile che un paese sano non abbia espulso queste cellule cancerogene dal suo organismo, come accadrebbe con una nomale crisi di rigetto.
Invece no. Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, è un senatore della Repubblica; lo stalliere Mangano, nelle parole di Dell’Utri e di Berlusconi, è un esempio di integrità; Giulio Andreotti, riconosciuto colpevole di partecipazione ad associazione per delinquere almeno fino al 1980 (reato prescritto) è uno dei padri della patria.
Mi chiedo quando ci sbarazzeremo per sempre di queste zavorre per diventare finalmente un paese moderno e libero. Purtroppo non trovo una risposta.
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L’altro ieri è morta Fernanda Pivano. Inutile scrivere altre parole per ricordare chi fosse (l’ha fatto benissimo Marco Barbonaglia sul Sole 24 Ore).
Se ripenso a molti dei romanzi e delle poesie che ho letto tra i quindici e i trent’anni (Kerouac, Hemingway, Steinbeck, Scott Fitzgerald, Edgar Lee Masters) mi accorgo che c’era sempre il suo zampino: li aveva tradotti, ne aveva scritto la prefazione, li aveva in un modo o nell’altro fatti conoscere in Italia. Così, quando ho letto della sua morte mi sono sentito come se fosse morta quasi un’amica, una persona che ha contribuito in modo determinante alla mia formazione e alla mia cultura.
Spero che nell’aldilà Fernanda Pivano abbia ritrovato i suoi amici scrittori.
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Sabato scorso, a Lussemburgo c’era una manifestazione chiamata Streetartnimation, un festival degli artisti di strada, con gente che si è esibita nel centro della città dal mattino alla sera. Tra gli altri, c’erano dei clown spagnoli che hanno presentato la parodia di una messa, con il prete che si annoiava ai canti e si metteva gli auricolari dell’iPod e cose del genere. Prima dell’inizio, uno dei clown aveva precisato che si trattava di una presa in giro bonaria, stile clown, e che non si voleva offendere nessuno.
A un certo punto dell’esibizione, però, è passato un signore che si è messo a urlare contro i clown, dicendo loro che dovevano vergognarsi e che se avessero preso in giro l’Islam in un paese musulmano li avrebbero già uccisi. Dopo l’urlata, il signore se ne è andato e lo spettacolo è andato avanti.
Mi chiedo che cosa pensasse davvero quel signore, e cosa pensano i tanti che insorgono appena qualcuno scherza su certi temi. Forse credono che sia meglio vivere in un posto in cui non si ha diritto di scherzare su tutto, e anzi si viene puniti severamente se si toccano certi argomenti? Oppure pensano che noi “cristiani” siamo più “avanti” di loro “musulmani” perché permettiamo queste cose, ma proprio perché siamo più “avanti” dovremmo anche sapere che su certe cose non si scherza? Insomma, liberi di dire tutto ma autocensurati, con lo stesso risultato finale?
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Cres, bar dell’imbarcadero, 8 del mattino. Siamo seduti a fare colazione. Al tavolo di fianco si siede la caricatura del turista da yacht: occhiali da vista tendenti al giallo, polo rosa con collo alzato, orologio pataccoso di plastica arancione, bermuda, ciabatte multicolore tipo Croc’s (anzi, sicuramente Croc’s). Sente che parliamo in italiano e ci rivolge la parola.
“Da dove venite?”
“Da Como. E lei?”
“No, intendevo da dove venite con la barca.”
“Non abbiamo la barca, siamo in un appartamento in paese e siamo venuti a piedi.”
“Ah…”
Poi silenzio, non ci ha più degnato di uno sguardo, lamentandosi con sua moglie del servizio scadente (“Qui non sanno lavorare”), perché ha chiesto un succo di pesca e gliel’hanno portato di pera. Quando ce ne siamo andati mia moglie l’ha salutato augurandogli una buona giornata. Lui ha alzato gli occhi e ha risposto con un grugnito, quasi infastidito. Forse si vergognava a parlare con gente tanto bifolca da non avere neanche una barca.
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