Prima di giudicare le parole di Giorgio Napolitano sull’opportunità di concedere la cittadinanza italiana ai figli degli stranieri nati in Italia, occorrerebbe farsi qualche domanda, la prima delle quali potrebbe essere, per esempio: “Quali sono i requisiti perché qualcuno possa considerarsi italiano?”.
Il sangue? Assurdo: etnicamente parlando, l’Italia non è omogenea e le differenze tra un altoatesino e un siciliano sono enormi. Se si ragionasse in questo modo, non solo dovremmo creare tanti Stati quante sono le etnie (lombardi? siciliani? toscani?), ma dovremmo anche fare di tutto per preservare la “razza”, vietando i matrimoni misti (e io, lombardo da generazioni, non avrei potuto sposare mia moglie, che ha un quarto di sangue pugliese e quindi non è lombarda purosangue).
Il fatto è che i concetti di “ius sanguinis” e “ius soli” sono superati. In un mondo in cui aumentano i matrimoni misti e in cui le persone si spostano e vanno a vivere altrove in un modo inimmaginabile solo qualche decennio fa, l’idea stessa di cittadinanza e nazionalità deve essere rivista. È italiano chi è figlio di italiani, certo, ma cosa dire di chi è nato e vive all’estero pur essendo figlio di italiani? È più o meno italiano di chi, figlio di stranieri, è nato e ha studiato in Italia, acquisendo così la cultura del posto?
A me piace pensare che la cittadinanza sia una scelta, che si possa decidere di fare parte di un paese perché ci si trova bene, perché si vorrebbe farne parte. La scelta di molto stranieri di diventare italiani dovrebbe allora riempirci di orgoglio, per avere in parte contribuito a formare un ambiente in cui chi arriva da lontano decide di restare a vivere.
La chiave del discorso a mio modo di vedere è proprio il contribuire.
Parlando di chi la cittadinanza non la sceglie come non sceglie di nascere, trovo solo ovvio che la riceva da genitori che abbiano *contribuito* a formare l’ambiente in cui vivrà. Se questo voglia dire residenza da cinque anni oppure da otto da dieci, oppure avere pagato regolarmente le tasse oppure conoscere in modo ragionevole la lingua e la storia, non so dire. Trovo però normale che il contributo sia misurabile in qualche modo, altrimenti si crea il fenomeno tutto americano degli anchor baby e si svaluta il valore di chi la cittadinanza l’ha avuta alla nascita ma magari ha sgobbato cinquant’anni per onorarla, contribuendo anche alla possibilità di accogliere persone nuove. E se uno arriva programmaticamente in Italia per starci un anno e poi andare in Germania o cose del genere, che gli nasca un figlio in Italia mi sembra irrilevante dal punto di vista della cittadinanza.
Parlando di chi ha l’età per scegliere la cittadinanza, il discorso mi pare semplicissimo: avere la cittadinanza deve essere simmetricamente semplice al rinunciarvi. Quanto ci vuole e che cosa comporta rinunciare alla cittadinanza italiana e stare in Italia? Same, reverse.