Qualche tempo fa, in un centro commerciale, mia moglie e io siamo stati fermati da una dimostratrice che ci ha consegnato un elenco di parchi italiani, dicendoci che, assistendo alla dimostrazione di un sito, a casa nostra o presso i loro uffici, avremmo avuto diritto a una tessera per l’ingresso gratuito per i bambini in tutti questi parchi. Al momento, senza avere capito bene di che cosa si trattasse, abbiamo acconsentito. In seguito siamo stati contattati telefonicamente da queste persone e oggi pomeriggio sono andato presso i loro uffici, curioso di capire di che cosa si trattasse.

In breve: una casa editrice ha messo in piedi un portale destinato ai bambini e ai ragazzi delle scuole elementari e medie. All’interno di questo portale ci sono corsi di inglese e di informatica, un’enciclopedia e un dizionario online, esperti a disposizione per dare risposte personalizzate e molto altro ancora. Insomma, niente che una buona ricerca con Google non possa trovare.

Il valore aggiunto, che giustifica la spesa di 175 euro per avere diritto ad accedere al portale, è la sicurezza. Se un ragazzo naviga all’interno del portale è sicuro di non incappare mai in siti pornografici. Se invece si sposta a un motore di ricerca qualunque, tipo Google, il genitore può impostare una serie di parole proibite e un software, installato, se ho capito bene, a livello di sistema operativo, provvede a escludere dai risultati tutti i siti che contengono queste parole. “Perché sa”, mi ha detto il tizio che mi presentava il tutto, “uno fa una ricerca innocente e gli saltano fuori centinaia di siti pornografici, delle cose spaventose. La gente ha paura di Internet, anche se capisce che è una risorsa. Cosa ne pensa?”

“Mah”, ho risposto, “al di là dei contenuti del portale (ma in uno dei corsi di inglese c’era scritto Jellow invece di Yellow) mi sembra che siate un po’ paranoici.” Il tizio mi ha guardato sbigottito. Mi sono spiegato: “Mia figlia, che ha dodici anni, usa Internet senza problemi e finora non è mai incappata in siti pornografici. Abbiamo impostato il livello massimo di sicurezza nelle preferenze di Google e basta quello. I siti pornografici li trova chi li cerca.”

Ancora più sbigottito, il tizio mi ha spiegato che fino ad oggi sono il primo ad avere detto una cosa del genere. Tutti i genitori cui ha venduto il servizio sono terrorizzati da banner, pop-up, servizi a pagamento e chissà cos’altro ancora. “Oltretutto”, ho continuato, “noi possiamo proibire quello che vogliamo a casa, ma non possiamo impedire a un ragazzo di dodici anni di entrare in un’edicola e di guardare tutto quello che vuole”. Quindi ho ringraziato per la spiegazione e sono tornato a casa.

Poi, ripensandoci, mi è tornata in mente una frase del tizio: “Con il nostro sistema i genitori possono lasciare il figlio su Internet tranquilli perché non corre nessun rischio.” La parola chiave è “lasciare”: è molto più semplice censurare o impedire l’accesso a un sito piuttosto che sedersi vicino al figlio mentre naviga e spiegargli che cosa sta vedendo, fargli capire che certi siti vanno bene e altri no. Educare è faticoso, meglio censurare, spendere 175 euro e delegare ad altri la responsabilità di decidere al nostro posto quello che va bene o non va bene per i nostri figli.

E così, di delega in delega, molti figli vedono i genitori solo quando hanno bisogno di soldi. Ma allora è già troppo tardi.

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