Quello che più mi aveva colpito del film Le chiavi di casa, di Gianni Amelio, che avevo visto all’uscita e che ho rivisto ieri sera, è come il regista sia riuscito a rimanere fedele allo spirito del romanzo da cui il film è tratto pur stravolgendone la trama.
Il romanzo, Nati due volte, di Giuseppe Pontiggia, è una specie di diario in cui l’autore racconta il suo rapporto con il figlio disabile attraverso una serie di avvenimenti e osservazioni sparse nell’arco di tutta la vita. Il film, invece, ci mostra un giovane padre, che ha rifiutato anche solo di vedere il figlio – la cui madre è morta di parto – salvo vederselo affidare quindici anni dopo per accompagnarlo in un ospedale di Berlino per sottoporsi ad alcuni esami.
Pontiggia era uno scrittore che lavorava per sottrazioni, che riscriveva le sue opere levando ogni volta tutto ciò che non era essenziale. Amelio ha fatto lo stesso. Il film è fatto di silenzi, di sguardi, di poche parole misurate. Anche i dialoghi tra Gianni, padre del ragazzo (Kim Rossi Stuart) e Nicole (Charlotte Rampling, madre di una ragazza disabile che Gianni incontra in ospedale) sono essenziali, mai retorici.
Dal romanzo e dal film la stessa conclusione: lasciamo perdere il politicamente corretto, un handicappato è un handicappato, chiamiamolo con il suo nome, non neghiamone la realtà e vogliamogli bene.
Un romanzo da leggere e un film da vedere.

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