Negli ultimi giorni, prima Guy Kawasaki e poi Lucio Bragagnolo hanno citato questo saggio di George Orwell dal titolo “Politics and the English Language”. È un saggio piuttosto corposo, e la cosa che fa più specie leggendolo è che dopo sessant’anni – il saggio è del 1946 – è ancora incredibilmente attuale.
D’altra parte, Orwell era esperto di profezie. Per averne conferma basterebbe leggere anche l’Appendice al suo romanzo più famoso, 1984, in cui l’autore descrive l’inglese semplificato del Grande Fratello, una lingua in cui tutte le parole hanno perso ogni significato simbolico per mantenere solo quello letterale e concreto, in modo che sia impossibile esprimere concetti astratti. Sembra quasi di leggere una descrizione dell’italiano usato nella maggior parte dei programmi televisivi (e non a caso uno dei più famosi si chiama proprio Grande Fratello).
Del rapporto tra lingua e politica nel saggio di Orwell scriverò magari un’altra volta. Qui riporto soltanto le regole d’oro fornite da Orwell per scrivere in un buon inglese (e anche in un buon italiano). La traduzione è mia.

  1. Non usate mai una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che siete abituati a vedere nei testi stampati.
  2. Non usate mai una parola lunga se una breve ha la stessa funzione.
  3. Se è possibile togliere una parola, toglietela.
  4. Non usate mai il passivo se potete usare l’attivo.
  5. Non usate mai un’espressione straniera, un termine scientifico o uno gergale se potete pensare a un equivalente inglese di uso comune.
  6. Contravvenite a qualunque delle regole precedenti piuttosto che dire qualcosa di decisamente barbaro.

Non c’è proprio niente da aggiungere.

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