Riporto per intero il pezzo di Marco Lodoli, dalla rubrica “Scuolabus”, su Giudizio Universale di marzo.

Gli SCRUTINI DEL PRIMO QUADRIMESTRE sono un bel pezzo teatrale, ancora non perfetto come gli scrutini di giugno – vero giudizio universale con la sofferta separazione delle anime perse o purganti da quelle definitivamente salve – ma già ricco di spunti, intrecci e monologhi d’autore. Gli insegnanti hanno trascritto i voti sul tabellone provvisorio e se ne stanno sparsi tra i banchi di una classe che pare davvero il palcoscenico di un’opera buffa, mentre il preside – anzi: il dirigente scolastico, come si dice oggi – scruta la sfilza dei numeri, isola i casi più gravi, chiede spiegazioni. E qui cominciano le geremiadi dei vari insegnanti, che inevitabilmente ripetono frasi sempre uguali negli anni, sempre più avvilite. Non manca mai il professore nevrotico che ha mitragliato tutti tre e quattro e si lamenta del crollo culturale delle nuove generazioni, della mancanza assoluta di impegno e di attenzione, e intravede imminente la fine del mondo. Ma un’altra figura costante nel teatrino degli scrutini è la professoressa pietosa, che ha messo tutti sette e otto, e sostiene la bontà dei ragazzi, ignoranti è vero, distratti e senza interessi, ma in fondo gentili d’animo e creature di Dio. Poi c’è l’insegnante stanco che non vuole rogne e ha dato solo sei, o cinque pronti a trasformarsi in sei: anni fa ha subito ricorsi e indagini fitte sul suo operato, e ora tira a campare. E poi c’è chi usa l’intero ventaglio dei voti, crede nella meritocrazia e vuole che nel mondo vadano avanti i migliori: e sono nove e dieci e uno e due, perché le differenze si sentano bene. Alla fine ognuno ha raccontato poco o niente della classe e moltissimo di se stesso. I numeri sono pennellate di un autoritratto, luci e ombre di uno specchio fedele.

È vero, è proprio così. Nel mio liceo da un paio d’anni gli scrutini sono stati informatizzati e questo dovrebbe lasciarci più tempo per discutere dei ragazzi. Invece va a finire che gli scrutini durano un po’ meno, come è giusto, e che non passiamo più tutto il tempo a trascrivere i voti che qualcuno detta. Semplicemente, ce ne andiamo via prima.
E qui si può discutere: siamo incurabilmente pigri e sfaticati, come ci vuole l’opinione pubblica, oppure siamo sfiduciati, rinchiusi in un mestiere che potrebbe essere il più bello del mondo ma che invece viene intrappolato dalla burocrazia e dalle carte da riempire? Insomma, è colpa nostra o ci disegnano così?

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