Con grande rilievo mediatico, il Ministero della Pubblica Istruzione ha emanato un decalogo che vieta l’uso dei cellulari a scuola. Personalmente non capisco che bisogno ci fosse di strombazzare tanto l’introduzione di una norma che dovrebbe essere ovvia: se sono a scuola non posso e non devo essere disturbato semplicemente perché dovrei seguire le lezioni. È un po’ come invitare a cena qualcuno che poi passa metà del tempo a mandare e ricevere messaggi (urgentissimi, a suo dire) o a telefonare (“Scusa, scusa, ma proprio non potevo non rispondere”): insopportabile.

Invece no: secondo il ministro il cellulare non va tenuto spento perché altrimenti ci si comporta da maleducati, ma perché questo rientra nel quadro della lotta al bullismo e alle espressioni di violenza a scuola. In breve: un ragazzo viene preso in giro e picchiato, qualcuno filma con il cellulare e mette il filmato su Internet. Conseguenza: proibiamo l’uso del cellulare a scuola, così, dico io, la prossima volta chi verrà preso in giro e picchiato non avrà nemmeno la soddisfazione di vedere i suoi aguzzini esposti al pubblico ludibrio. Ma è così. D’altra parte il ministro Fioroni è lo stesso che, in una celebre intervista, aveva auspicato forme di censura per Internet, come in Cina, anche se a fin di bene (ma probabilmente anche in Cina sono convinti di agire a fin di bene).

Comunque, il giorno dopo l’emanazione del decalogo ho chiesto in una prima se tutti avessero i cellulari spenti. Risposte:
“Ma io lo uso per vedere l’ora.”
“Ma io stacco la suoneria e uso la vibrazione.”
“Magari mi arriva un messaggio importante.”
“Però anche gli insegnanti.”

Ho obiettato che per sapere l’ora basta usare un orologio o chiedere a un vicino, che comunque la vibrazione si sente, che in ogni caso leggere un messaggio dopo due ore anziché subito non cambia la vita e che il mio cellulare in classe è sempre spento. Ho avuto l’impressione che le mie obiezioni siano cadute nel vuoto. La realtà, che ci piaccia o no, è che i ragazzi non possono più vivere senza il cellulare, che ha permesso loro di realizzare l’ideale adolescenziale del “tutto subito”, almeno dal punto di vista della comunicazione. Voglio mangiare il gelato oggi pomeriggio con un amico? Glielo comunico subito, senza aspettare, e pretendo che l’altro legga subito il messaggio e mi risponda immediatamente. L’attesa non esiste più, e con l’attesa è sparita anche l’aspettativa, il sottile piacere del tempo che passa tra un desiderio e la sua realizzazione.

Stare senza cellulare per cinque ore (in realtà tre, visto che c’è l’intervallo) sembra un sacrificio improponibile; staccare il contatto con un mondo che sta altrove per concentrarsi solo su quello che si sta facendo è fuori discussione. Chissà se questi ragazzi pensano mai che miliardi di persone sono vissuti prima di loro senza avere un cellulare?

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