In un certo senso, questo post si riallaccia al precedente, Cosa fatta capo ha. Ho scritto nella mia presentazione che quando posso mi piace correre, ma da parecchio tempo sembra che io non possa mai. La data esatta della mia disabitudine è il settembre 2001, quando è nato mio figlio, che ha assorbito molte delle mie energie. Gli impegni lavorativi, non tanto per la scuola, che sono ben definiti, quanto per scrittura e traduzione, che vanno e vengono e quindi bisogna prendere quando ci sono, hanno fatto il resto.

L’abitudine al Getting Things Done, che ho criticato qualche giorno fa, secondo me contribuisce parecchio a far perdere altro tempo che invece si potrebbe usare in maniera più produttiva, per esempio correndo. Da quando Luca Sofri mi ci ha fatto riflettere sto cercando di impostare il lavoro in modo diverso. Quando ho tempo scrivo, ricevo parecchie e-mail di lavoro e le lascio da parte per riprenderle solo quando ho almeno mezz’ora, eccetera.

Il risultato, paradossale, è che sto ritrovando il tempo libero per correre. Poco, per ora, ma corro, appesantito da quei cinque-sei chili di troppo che vorrei eliminare. Ed è proprio bello correre: si sente il sangue che scorre più veloce, il respiro che accelera, il rumore ritmico dei piedi. Non ho mai corso ascoltando musica e penso che non lo farò mai: finirei per distrarmi e per me la corsa è meditazione, concentrazione, per poi lasciarsi andare e raggiungere uno stato di sospensione mentale in cui il corpo è in armonia con quello che lo circonda.

Insomma, tutti i minuti usati per organizzare le proprie attività sono minuti sottratti alle proprie attività preferite e, alla fin fine, alla propria vita.

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