Lo scrittore nigeriano Chinua Achebe ha ricevuto nei giorni scorsi il Man Booker International Prize alla carriera. La notizia è passata praticamente sotto silenzio per la maggior parte della stampa italiana, sia su carta (ho visto un trafiletto sul manifesto di sabato 16) che online, con l’eccezione di Nigrizia e di pochi altri. Achebe per il grande pubblico italiano è un perfetto sconosciuto, anche se si tratta in realtà di un autore che ha contribuito come pochi altri a rivoluzionare la letteratura africana e a cambiare l’opinione che se ne aveva in occidente.Il romanzo che l’ha reso famoso è Things Fall Apart (Le cose cadono a pezzi), che in italiano è diventato Il crollo (l’ultima edizione è quella di e/o, ma è stato pubblicato in passato anche da JacaBook). Uscito alla fine degli anni 50 e scritto in perfetto inglese, alla faccia di tutti quelli che rappresentavano i neri come incapaci di parlare una lingua “civile”, il romanzo prende il titolo da una poesia di William Butler Yeats, “The Second Coming” (Il secondo avvento), una strofa della quale è citata anche all’inizio del romanzo. La riporto di seguito, con la mia traduzione.

Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
Things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world

Girando e girando nella spirale che si allarga
Il falco non riesce a sentire il falconiere;
Le cose cadono a pezzi; il centro non tiene;
Pura anarchia si sparge sul mondo

Yeats scriveva alla fine della prima guerra mondiale, e il momento storico che descriveva era quello di una civiltà che percepiva alla fine del suo ciclo, prima che nascesse un Anticristo che avrebbe sconvolto tutte le verità acquisite. Il genio di Achebe è stato quello di trasferire in Africa una vicenda che abbiamo sempre pensato come tipicamente europea. L’eroe di Things Fall Apart, Okonkwo, è un uomo stimatissimo nel suo villaggio, che vede il suo prestigio crollare quando arrivano i primi missionari, che iniziano a mettere in discussione tutta la scala di valori su cui la sua cultura si era fondata per secoli. Trovatosi in minoranza quando il suo stesso figlio decide di seguire l’insegnamento cristiano, Okonkwo finirà per suicidarsi, sconfitto da una nuova cultura che non può accettare.

È un romanzo rivoluzionario, che per la prima volta nella storia della letteratura ci fa vedere un periodo storico, il colonialismo, dalla parte di chi l’ha subito, e ci obbliga a mettere in discussione i nostri soliti concetti di giusto e sbagliato, di ragione e torto. I missionari non sono più coloro che portano, insieme alla religione, anche la cultura e la civiltà, ma, al contrario, gli artefici di una distruzione di culture quasi senza precedenti nella storia. Ovviamente si può condividere o meno questa interpretazione, ma Achebe è stato il primo a gridarla agli europei, scegliendo una forma e una lingua che sono proprio quelle degli invasori, per essere certo che il messaggio passasse con chiarezza.

Achebe ha quasi ottant’anni e da quindici è malato e scrive pochissimo. Il premio alla carriera è un risarcimento tardivo ma dovuto a uno scrittore senza il quale probabilmente la letteratura africana in lingua coloniale come la conosciamo non esisterebbe. È anche un parziale risarcimento per la mancata assegnazione del premio Nobel, che avrebbe avuto ben altra risonanza, ma per il quale Achebe non è mai stato preso in considerazione

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