Uno degli aspetti che dovevano essere più innovativi nella riforma dell’esame di maturità (che adesso si chiama esame di Stato, o qualcosa del genere) è la cosiddetta tesina, o approfondimento o comunque lo si voglia chiamare. L’esame comincia con l’esposizione, da parte del candidato, di un argomento a sua scelta in cui si sente particolarmente ferrato o preparato. Lo studente può arrivare con un tomo di cento pagine, due pagine di sommario, una presentazione multimediale o niente di tutto questo. Il problema, come spesso nella scuola italiana, è che si chiede agli studenti di fare qualcosa senza prepararli a farlo. Mi spiego meglio.

Tutti sono convinti che per scrivere sia sufficiente, anzi indispensabile, avere Word. Gli studenti ci presentano quindi testi a volte copiati e incollati da Internet, a volte scritti da loro. Solo che pochi sanno, per esempio, che quando si usa la virgola occorre attaccarla alla parola precedente e poi mettere uno spazio, e lo stesso vale per tutti i segni di punteggiatura in italiano. In francese, invece, c’è uno spazio prima dei due punti e del punto e virgola, ma non prima della virgola o del punto. In tedesco le virgolette sono diverse da quelle che usiamo noi. Tutto questo i ragazzi non lo sanno perché nessuno gliel’ha spiegato. Si aspettano che Word corregga magicamente tutti i loro errori, ma Word non lo fa. E così arrivano testi scritti in diverse lingue (insegno in un liceo linguistico) con errori diversi ma tutti evitabili.

Per esempio, in tedesco molti studenti hanno presentato testi senza Umlaut, i due puntini che stanno sopra alcune vocali, giustificandosi con il fatto che non sapevano come fare. Per imparare a inserire le Umlaut con Word (o con qualunque altro programma, ma tanto tutti usano Word, per lo più copiato) bastano tre minuti, ma nessuno se ne prende la briga, né rilegge il testo mettendo i puntini a penna (orrendo, ma sempre meglio che non metterli). Non parliamo poi del fatto che nessuno usa il correttore ortografico, presentando errori facilmente evitabili (un correttore non capisce se ho scritto “pane” e volevo invece scrivere “cane”, ma sicuramente segnalerebbe “suguire” invece di “seguire”, che ho visto la settimana scorsa). E poi pagine e pagine scritte con un carattere calligrafico impossibile da leggere, maiuscole accentate inesistenti (E’ invece di È), e altro ancora.

Ma la vera arma impropria è PowerPoint, che tutti usano. Qualcuno ha parlato di pittura per dieci minuti facendo scorrere dieci volte la stessa presentazione di un minuto, in cui dieci quadri restavano visibili per pochi secondi. Altri, la maggioranza, hanno preparato diverse diapositive fermandole e spiegandole. Tutto bene, salvo l’abuso di effetti speciali (lettere e simboli che cadono, che girano, che si materializzano dal nulla) e, soprattutto, diapositive piene di testo, talmente piccolo che spesso è difficilissimo leggerlo con agio. Nessuno che abbia pensato di usare poche parole, o anche una sola, di sfruttare le diapositive solo per dare un’idea e poi spiegarla a voce.

Di chi è la colpa? È ormai passata l’idea che basta disporre di uno strumento per saperlo automaticamente usare, e che la semplicità sia un difetto. È una gara ad arricchire testi e presentazioni con effetti speciali che alla lunga stancano, mentre poi nemmeno si rilegge quello che si è scritto. Per conto mio, ho deciso che dal prossimo anno dedicherò più tempo alla punteggiatura, alle convenzioni tipografiche, all’uso consapevole e corretto degli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione. Soprattutto, cercherò di insegnare ai miei studenti il rigore, la precisione, l’orgoglio di presentare un lavoro che, almeno dal punto di vista formale, sia perfetto.

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