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Il numero di settembre della rivista Giudizio Universale è dedicato in buona parte alla scuola. C’è un articolo sugli stipendi bassi degli insegnanti, un altro sull’educazione e sulla mancanza di rispetto delle famiglie verso gli insegnanti.

I due aspetti sono collegati tra loro. I professori non hanno prestigio sociale. L’opinione pubblica li vede come gente che lavora diciotto ore alla settimana, che ha tre mesi di vacanza, e che quindi guadagna perfino troppo. È inutile dire che le ore di lavoro non sono diciotto, che c’è il lavoro di preparazione e correzione, che ci sono gli impegni collegiali. Quello che invece andrebbe sottolineato è che i docenti sono coloro ai quali le famiglie affidano parte della formazione dei propri figli.

Ma come può un insegnante essere motivato a svolgere il suo lavoro se poi fatica ad arrivare a fine mese o se il suo lavoro, anche per colpa di chi non lo sa fare, è così poco considerato? È la responsabilità di lavorare con e per i ragazzi che deve essere retribuita, e questa non si calcola in ore.

Quanto al rispetto da parte delle famiglie, è ovvio che sia scomparso. In un mondo che privilegia la forma, l’esteriorità, l’apparenza, i soldi, l’insegnante è un povero sfigato che guadagna poco e fa un lavoro senza possibilità di carriera perché non sa fare altro. Questo è probabilmente quello che i ragazzi assorbono a casa ed è quello che esce da loro quando arrivano a scuola.

Come uscirne? Riqualificando la professione, escludendone chi non è capace, prevedendo che i migliori guadagnino di più. I sindacati si sono sempre opposti e i risultati si vedono. E allora finiamola anche con questo corporativismo, con gli aumenti di 60 euro mensili ogni due anni, uguali per tutti, che sanno tanto di elemosina. Valutiamo il lavoro degli insegnanti e premiamo i migliori.

Parliamone.

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