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Qualche giorno fa ho riascoltato, dopo molto tempo, Darkness on the Edge of Town, di Bruce Springsteen. L’ho ascoltato diverse volte, una dopo l’altra, ripensando a quando ero più giovane e Springsteen era la colonna sonora di quasi tutti i miei spostamenti in macchina. Avevo una collezione notevole di bootleg, quasi tutti dell’epoca d’oro tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando ogni concerto di Springsteen era un evento epico, con canzoni che si dilatavano in introduzioni e code che sembravano non finire mai.

Ho riascoltato Darkness e l’ho trovato ancora splendido, con i suoi piccoli eroi che vivono storie di sconfitte quotidiane, che cercano di risolvere i conflitti con il padre, di scontare un peccato originale che sanno già che non potrà mai essere lavato fino in fondo. Ho riscoperto i suoni cupi della batteria, le chitarre livide, il pianoforte struggente, l’armonica che cerca inutilmente di creare un clima più festoso in The Promised Land, una delle poche canzoni in cui fa capolino la speranza.

Nel prossimo giugno Darkness compie trent’anni ed è ancora, secondo me, il più bel disco di Bruce Springsteen. Lo consiglio anche, e soprattutto, a chi in quel giugno del 1978 non era ancora nato.

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