Una festa svenduta

Ieri era il 25 aprile, una festa sempre più criticata. Da anni si dice che è una festa di sinistra, che contribuisce alla divisione degli italiani, che andrebbe abolita (lo sostiene per esempio il senatore Gustavo Selva, quello che usò un’ambulanza per andare a farsi intervistare in TV, si dimise e poi ritirò le dimissioni). In realtà il 25 aprile è la vera festa nazionale italiana, molto più del 2 giugno, che senza il 25 aprile non sarebbe esistito.

Ieri, 25 aprile, il supermercato Bennet vicino a casa mia era aperto, e sarà aperto anche il primo maggio, giornata del lavoro. A me sembra incredibile che uno possa sentire il bisogno di visitare un centro commerciale il 25 aprile, il primo maggio, o un giorno qualunque di quelli che siamo abituati a considerare come giorni di vacanza. Questa trasformazione del centro commerciale nel centro della nostra vita secondo me sta alla base del crollo di tutti i valori che fino a qualche anno fa erano fondamentali, sostituiti dal comprare, unico metro di misura del nostro mondo.

Sarebbe istruttiva una puntata fuori dai confini italiani, dove è improponibile anche solo pensare di aprire i negozi nei giorni in cui normalmente i negozi dovrebbero rimanere chiusi.

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Un pensiero su “Una festa svenduta

  1. Credo che il problema sia diverso e legato da una parte alla percezione della festa come interruzione dell’attività giornaliera, dall’altra parte all’arricchimento e alla diversificazione delle persone, ancora alla differenziazione delle esigenze.

    Negli Stati Uniti i centri commerciali hanno gli orari di apertura e chiusura, ma i supermercati sono aperti 365 giorni l’anno, 24 ore su 24. (da noi sostanzialmente la distinzione tra centro commerciale e supermercato è debolissima e troppo recente per contare). L’idea è che chiunque, quandunque, può sentire l’esigenza di comprare il latte o farsi lo spuntino di mezzanotte. O preferire fare la spesa alle quattro del mattino se quello per lui è l’orario migliore.

    Quando tutto è sempre aperto, uno scopre che fare festa o meno dipende da sé e non da ciò che è chiuso. Insomma, se per me il 25 aprile conta, che importa che cosa fa l’Esselunga? Io festeggerò la ricorrenza.

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