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Sono passati cinque mesi da quando ho smesso di lavorare a scuola e mi sono trasferito a Lussemburgo per lavorare all’Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea. Da allora non è passato giorno che non mi sia chiesto se stavo facendo la cosa giusta, e ho approfittato della distanza, sia temporale che fisica, per riflettere sulla scuola e sulla mia esperienza di insegnante.

È facile criticare la scuola italiana. È una scuola che pretende di insegnare tutto, dalla filosofia alla chimica, affidandosi a insegnanti pagati quanto un operaio e per lo più non motivati ad aggiornarsi (a cosa serve, se comunque la carriera non ha sbocchi?). Eppure, se un ragazzo ha la fortuna di trovare insegnanti preparati, la scuola italiana è in grado di offrire un livello culturale che forse non ha uguali in Europa. Me ne sono reso conto visitando scuole olandesi, tedesche e francesi in questi anni, e raccogliendo informazioni sulla Scuola europea, che i miei figli dovrebbero frequentare l’anno prossimo. E di insegnanti preparati, motivati e capaci non ne servono molti: ne bastano un paio per classe perché i ragazzi abbiano di fronte dei modelli positivi cui ispirarsi.

Eppure, la scuola italiana fa acqua da tutte le parti. Ho già scritto parecchio tempo fa che la politica sindacale di livellare tutto verso il basso, di rifiutare qualunque distinzione di salario basata sul merito, ha contribuito a spegnere qualunque motivazione. La politica ha contribuito da par suo, con ministri prevalentemente incompetenti in materia (penso ai più recenti, Brichetto Arnaboldi in Moratti e Fioroni, e anche il ministro attuale, Gelmini, non promette niente di buono), o, quando esperti del ramo (Berlinguer e De Mauro), paralizzati da veti incrociati di ogni genere.

Mettiamoci poi la maggior parte degli insegnanti, socialmente ed economicamente frustrati, rinchiusi in un mondo autoreferenziale in cui ha senso anche stare a discutere ogni anno nel Collegio dei docenti i criteri per la promozione e la bocciatura, come se non bastasse definirli una volta per sempre e dire “Va bene quello che abbiamo deciso l’anno scorso?”, senza bisogno di cavillare per ore sulla differenza tra insufficienza non grave, insufficienza e insufficienza grave, o su cosa si debba intendere per “gravi e diffuse insufficienze”. Mettiamoci una burocrazia demenziale che ha concesso agli istituti l’autonomia, obbligandoli però a motivare con quintali di carte ogni deviazione dalla norma ministeriale; l’obbligo di ottenere la certificazione di qualità ISO per poter accedere a certi finanziamenti (e fa niente se le cose non funzionano, l’importante è che sulla carta le procedure siano scritte chiaramente); l’assedio da parte dei genitori che difendono i figli qualunque nequizia commettano e sono pronti a ricorrere al TAR se i loro bambini vengono bocciati (perché guadagnano comunque più degli insegnanti e quindi, ipso facto, sono più importanti di loro).

Per quanto mi mancano i ragazzi, parlare con loro, ascoltarli, fargli amare la letteratura, tornerei a scuola domani. Ma tutto il contorno non lo voglio più accettare.

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