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Un bar di Milano, due vetrine sul Duomo, pochi metri quadrati e una saletta al piano inferiore, sabato pomeriggio, tanta gente.

Ci sono due baristi, un ragazzo alla cassa, un cameriere che fa la spola su e giù per le scale, un continuo andirivieni di gente che entra, paga, prende il caffè, esce. I due baristi sembrano in preda al moto perpetuo, uno in particolare, che oltretutto non smette mai di parlare. Ne ha per tutti i clienti: li saluta, fa una battuta, un apprezzamento, e intanto, impeccabile, prepara caffè e cappuccini a raffica.

Una signora ha appena ordinato un caffè e si guarda intorno. “La signora cerca un dolcificante, scommetto.” “Sì, già.” “Però è un po’ timida e non osava chiederlo, vero signora? Il suo caffè lo vuole un po’ lungo, dottore? Per lei macchiato caldo, vero?”

Se avessi tempo mi piacerebbe passarlo in questi bar di Milano, a guardare i baristi, unici al mondo, che servono i clienti muovendosi come ballerini dietro il bancone, rapidi ed efficienti.

È sempre uno spettacolo osservare dei professionisti che fanno bene il loro lavoro, qualunque sia.

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