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Nessuno riesce a essere più banale del professor Alberoni quando è banale. E il suo articolo apparso sul Corriere della Sera di lunedì scorso era tra i migliori esempi in questo senso. I giovani si drogano perché ascoltano canzonette, passano il loro tempo su YouTube, chat e Facebook, non rispettano gli insegnanti e recitano con i genitori. Leggo e mi sembra, a parte i riferimenti alla tecnologia, che sia un articolo preso di peso dagli anni Settanta.

Sull’aspetto tecnologico ha già risposto bene Vittorio Zambardino. Io, dal punto di vista educativo, noto solo che la moratoria di due mesi all’anno proposta dal professore avrebbe come unico effetto quello di accrescere la “crisi di astinenza”, il che porterebbe poi i ragazzi a compensare il tempo perso nel periodo successivo. Nei due mesi non avremmo ragazzi che improvvisamente comunicano, leggono i classici, stimano i professori, ma adolescenti frustrati perché non possono fare quello che fanno di solito.

Credo che la strada migliore sia, come succede spesso, la più faticosa. Non aspettare che i ragazzi vengano da noi, ma provare ad andare noi verso di loro, capire questi nuovi strumenti di comunicazione (distorta e superficiale, se vogliamo, ma sempre comunicazione) e cercare di farli riflettere, di proporre qualcosa di diverso, non al posto di YouTube, ma fianco a fianco. Dilatiamo i due mesi di moratoria su tutto l’anno, trasformiamoli in dieci minuti al giorno. Non pretendiamo che chat e Facebook spariscano in un colpo solo, perché è impossibile. Cominciamo con qualche minuto di dialogo ogni giorno, magari proprio parlando di Internet, e smettiamola con censure e moratorie.

Come diceva Bob Dylan (traduzione mia), “Venite madri e padri da tutto il paese e non criticate quello che non riuscite a capire. I vostri figli e le vostre figlie non li potete comandare e la vostra vecchia strada sta diventando rapidamente ancora più vecchia”. Rendiamoci conto che i tempi cambiano e siamo noi a doverci adattare.

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