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Ho letto recentemente due romanzi scritti da donne e che parlano di donne. Uno è il celebratissimo L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery, l’altro è Rossovermiglio, di Benedetta Cibrario. Il primo è stato un caso editoriale, prima in Francia poi anche in Italia; il secondo, nonostante la vittoria nel premio Campiello, è stato certamente meno fortunato quanto a successo.

Eppure, dopo averli letti, ho avuto l’impressione dell’ennesima ingiustizia, di un premio del pubblico dato all’opera più banale e meno sorprendente. La protagonista dell’Eleganza del riccio, Renée Michel, è una portinaia con l’hobby della filosofia, dell’arte, del cinema; non si sa perché, se ne vergogna e preferisce fingere di essere una donna ignorante, che però guarda in segreto dall’alto in basso tutti i ricchi abitanti del suo palazzo. Unici a sfuggire al suo disprezzo un nuovo inquilino giapponese, guarda caso omonimo del suo regista preferito, e una dodicenne, figlia di un ministro, che ha deciso di suicidarsi e scrive un inverosimile diario con un tono che non sarebbe dispiaciuto a Sartre.

La protagonista di Rossovermiglio, di cui non conosciamo il nome, è una donna nata all’inizio del Novecento in una ricca e nobile famiglia piemontese, sposata giovanissima per decisione del padre, che volta le spalle alla sua vita e cerca di costruirsene un’altra, inseguendo l’amore di un uomo che alla fine si rivelerà un semplice avventuriero senza troppi scrupoli. Il tutto si svolge tra colpi di scena, sentimenti e opinioni contrastanti, incertezze, fino al disvelamento finale.

Da una parte, quindi, gli stereotipi di un personaggio che vorrebbe proprio combattere gli stereotipi, rappresentati dai ricchi condomini, tutti visti come altrettante macchiette. Dall’altra una donna che percepiamo viva e vera, capace di ricredersi e di riconsiderare le decisioni della sua vita, senza mai incasellare niente e nessuno.

L’eleganza del riccio mi è sembrato un romanzo snob in cui gli eletti si riconoscono a colpo d’occhio e disdegnano gli atri, i poveretti che non si eleveranno mai alla loro altezza, in un crescendo di comicità involontaria che tocca il vertice quando Renée, invitata a cena dall’amico giapponese, va in bagno e tira lo sciacquone, facendo partire il Confutatis di Mozart. La protagonista di Rossovermiglio se ne sarebbe andata scuotendo la testa, Renée rimane incantata dalla trovata. La differenza è tutta qui.

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