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Domenica scorsa è uscito un articolo di The Guardian sul cosiddetto “caso Balotelli”, cioè sugli insulti sistematici subiti dal calciatore dell’Inter. L’articolo è comprensibile anche per chi non conosce troppo l’inglese e mi sembra più completo di altri simili che ho letto su giornali e siti italiani, se non altro perché cerca di inquadrare la storia in un contesto più ampio.

La tesi dell’articolo è che in Italia esiste un fondo di razzismo che sta usando Balotelli per uscire sempre più allo scoperto. Il motivo è semplice: Mario Balotelli è allo stesso tempo nero e italiano, e questo crea un cortocircuito difficile da gestire per chi è abituato a dividere il mondo in categorie stagne. E infatti uno dei cori intonati dai tifosi della Juventus è “Un negro non può essere italiano”. Piaccia o no, invece, sempre più italiani sono neri, e si tratta di una tendenza inarrestabile. Basterebbe, per rendersene conto, uscire un attimo dall’Italia, girare in una città francese, inglese o tedesca per vedere come il numero di neri, cinesi, indiani sia molto più alto di quanto sia da noi. E lì non sono stranieri, corpi estranei che la società fatica a digerire: negli USA il presidente è nero, quello francese è figlio di ungheresi, la Francia calcistica ha eletto a eroi Zinedine Zidane, Liliam Thuram, Thierry Henry. Tutti loro sono stati emigranti, e se non loro i loro antenati, ma sono stati alla fine accettati e sono entrati a pieno titolo nella comunità nazionale.

Sarebbe il caso che in Italia prendessimo esempio da questi paesi per non ripeterne gli errori. Il più frequente è nascondersi dietro il paravento dei “casi isolati” e dei “pochi facinorosi” e negare il problema. Gli idioti che prendono di mira Balotelli sono l’avanguardia di un esercito che non si espone direttamente, ma parla nei bar, per la strada, in blog e gruppi su Facebook, protetti dal presunto anonimato o dalla consapevolezza di trovarsi tra gente che condivide le stesse idee.

Se vogliamo che l’Italia guardi al futuro dobbiamo renderci conto che il futuro sono i figli degli immigrati stranieri, che a 18 anni saranno italiani, essendo nati in Italia; sono i figli adottati in Africa, Asia e Sudamerica da tante famiglie italiane, che italiani lo sono già; sono i figli di coppie miste, sempre più frequenti. Rifiutarsi di riconoscere questa realtà significa condannarsi a una battaglia già persa, perché, come diceva qualcuno che sa scrivere meglio di me, “la storia non si ferma davvero davanti a un portone”.

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