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Sto rileggendo, dopo anni dalla prima lettura, un libro del 1990 che si intitola Farsi un libro. È diviso in tre parti: la prima è dedicata alle caratteristiche di un testo, più o meno letterario, la seconda tratta i principali caratteri usati nella storia della tipografia, mentre la terza è una miniguida per capire l’arte della stampa e della composizione.

Nel 1990, quando il libro è uscito, lavoravo da poco in una piccola casa editrice che pubblicava (e pubblica ancora) una rivista a diffusione nazionale. I collaboratori mandavano gli articoli scritti a mano, o al massimo a macchina, e occorreva ribatterli tutti per fare le correzioni necessarie. I testi venivano poi portati in tipografia (non inviati, perché la tipografia non aveva il fax), dove venivano composti su lunghe strisce di carta, sulle quali si effettuavano le correzioni. Le strisce venivano fotocopiate e le fotocopie tagliate e incollate sul menabò, lasciando gli ingombri per le immagini, che venivano disegnate usando un proiettore (quando erano su diapositiva) o fotocopiandole e ingrandendole (quando erano foto). C’era il fotolitista che preparava le pellicole nei quattro colori, e poi c’era la cerimonia dell’impaginazione sul tavolo luminoso in tipografia, usando le pellicole definitive.

In redazione non c’erano computer. Il primo, un Macintosh II Si, è arrivato solo alla fine di quell’anno, con un monitor 15″ verticale in bianco e nero, una stampante laser Apple e una licenza di Aldus PageMaker 4.0, per una cifra totale, se non ricordo male, di una quindicina di milioni di lire (quasi ottomila euro, per i più giovani).

Sono passati vent’anni, ma sembra di parlare di due secoli. E, come per molti aspetti della nostra vita contemporanea, resta un po’ di nostalgia. Certo, che tutti abbiano la possibilità di produrre un dépliant in poco tempo è positivo, anche se spesso la qualità lascia a desiderare. Però a me piaceva l’idea di tenere in mano una rivista che era frutto di lavoro, fatica e apprendimento, di conoscenza di termini (punto, didot, tipometro) che pochi oggi conoscono e ancora meno usano. Era il piacere dell’artigiano, che sta scomparendo sommerso da tutti quelli che si improvvisano grafici e impaginatori sapendo usare solo Word e WordArt.

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