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La Procura della Corte di Cassazione ha proposto alla Corte stessa di fornire un’interpretazione della legge sulle adozioni in modo da impedire che le coppie possano decidere di non volere un bambino di colore o di etnia “non europea”.

A una lettura frettolosa, la proposta è sacrosanta. Viviamo in una società sempre più multietnica e multiculturale ed è assurdo che una coppia possa discriminare sul colore della pelle del futuro figlio. Eppure, se ci si ferma a riflettere, sembra l’ennesima intromissione del politicamente corretto in una decisione che deve essere solo delle coppie, e che deve essere valutata con chi deve concedere l’idoneità all’adozione.

Chi decide, probabilmente riflettendoci a lungo, di non voler adottare un bambino di colore non può essere etichettato come “razzista”. Il modulo da compilare per richiedere l’idoneità prevede una serie di scelte sull’età del bambino, sulle malattie, sugli handicap, sulla sieropositività. Strano (ma neanche troppo, a pensarci) che solo sul colore della pelle si debbano sollevare obiezioni.

Avendo adottato una bambina di colore, ci rendiamo conto che in una decisione del genere entrano moltissimi fattori. Si pensa a quanto un bambino africano potrà trovarsi spaesato in un ambiente composto di soli bianchi (penso a certi quartieri residenziali e “altoborghesi” delle città), o in un’area in cui si verifichino regolarmente disordini a sfondo razziale. Si pensa a come un bambino di colore potrà rispecchiarsi in genitori che fisicamente sono diversissimi da lui. Insomma, ci si fanno domande che, se non si è deciso di intraprendere questo percorso, difficilmente vengono prese in considerazione.

Non a caso, un’opinione contraria è stata espressa da Alessandro Gilioli, che l’esperienza dell’adozione l’ha fatta. Credo che leggere il suo commento possa far riflettere molti che, istintivamente, hanno dato ragione alla Procura della Cassazione.

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