Tag

, , , ,

Sarà che sto invecchiando, ma il rock chitarra-basso-batteria mi dice sempre meno. Se non si tratta di un fuoriclasse è solo ripetizione di un genere che, in effetti, sfrutta una gamma di possibilità piuttosto limitata, sia dal punto di vista della strumentazione che da quello delle armonie possibili.

Forse è per questo che mi ha entusiasmato il concerto di Peter Gabriel cui ho assistito domenica scorsa, al Galaxie di Amnéville, in Francia. Niente chitarra e niente batteria, ma un’orchestra da cui gli arrangiamenti di John Metcalfe e la direzione di Ben Foster tirano fuori ritmi che non hanno niente da invidiare a quelli di un gruppo rock. Alle atmosfere rarefatte della cover di Heroes, di David Bowie, si contrappone il ritmo di Red Rain, alla fine della quale ho guardato il palco per cercare di scoprire dove avessero nascosto la batteria. Invece no, niente. E d’altra parte, chiunque abbia un minimo di confidenza con la musica classica sa che il ritmo fa parte della musica e che non serve una cassa in quattro per far ballare.

E Peter Gabriel avrà anche messo su pancia, ma la voce è sempre quella, potente e dolce secondo le necessità. Alla faccia di chi ha scritto che Gabriel non aveva voluto rischiare con il suo ultimo album o che si stava trasformando in un crooner. Proprio il contrario: in un mondo che si appiattisce sugli stessi ritmi e i soliti suoni, la rivoluzione è riscoprire il mezzo espressivo più classico della musica europea, l’orchestra, e farlo suonare (mi verrebbe da dire “suonarlo”) in modo diverso e al servizio di un musicista ispirato e sempre capace di spiazzare chi cerca di prevedere la sua prossima mossa.

Annunci