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Con mia moglie e un’altra trentina di persone abbiamo trascorso la maggior parte dello scorso weekend partecipando a un corso/seminario dal titolo “Canti della tradizione italiana” organizzato dal Circolo culturale Eugenio Curiel di Lussemburgo e tenuto da Patrizia Rotonda.

È stata un’occasione per conoscere una tradizione che spesso neanche noi italiani conosciamo, canzoni senza un autore tramandate solo oralmente, nelle feste, sui luoghi di lavoro, nelle occasioni di ritrovo, e recuperate prima dell’oblio definitivo solo grazie a studiosi come Alan Lomax, Diego Carpitella, Ernesto De Martino o, in tempi più recenti, Giovanna Marini. Ed è straordinario scoprire gemme composte molto probabilmente da analfabeti mescolando melodie struggenti e testi dallo spessore poetico inatteso. Penso, per esempio, a E più non canto, in cui il dolore per la partenza del fidanzato per la guerra fa nascere un’immagine potentissima nella sua semplicità quasi infantile: “Faremo fare ponte di ferro per traversare di là dal mar”.

Sono stati due giorni faticosi. Patrizia ci ha sprofondato senza paracadute in un mondo sconosciuto alla maggior parte di noi, tanto che è stato necessario spiegare la differenza tra canti tradizionali e musica popolare, tra cantante e cantore (colui che interpreta canti tradizionali nel loro contesto). Abbiamo imparato ad ascoltare la nostra voce insieme a quella degli altri, a sostenere le diverse parti quando qualcuno si perdeva. Abbiamo scoperto una ricchezza insospettabile per chi crede che la musica popolare si limiti a canzoni ballabili con due accordi.

Soprattutto, a me è rimasta la voglia di continuare il percorso e approfondire la conoscenza di questo aspetto della nostra cultura. E forse è il risultato che Patrizia davvero voleva raggiungere.

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