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Ieri, caso più unico che raro, studenti, insegnanti e genitori della Scuola europea hanno protestato contro i tagli al bilancio che sono stati preannunciati per i prossimi anni. I tagli porteranno diverse conseguenze: non sarà più possibile garantire l’insegnamento di molte materie in tutte le lingue, il numero minimo di studenti per attivare un corso facoltativo passerà da cinque a sette, ci saranno riduzioni nel sostegno, già scarso, fornito agli alunni con difficoltà di apprendimento.

Le autorità ovviamente si sono affannate a spiegare che in realtà i soldi basteranno, che non ci saranno riduzioni nei servizi e che tutti potranno continuare a studiare nella propria lingua. La Scuola europea, dunque, continuerà a essere uno dei motivi principali che spingono i cittadini a venire a lavorare nelle istituzioni, iscrivendo i loro figli a una scuola prestigiosa che permetta loro di studiare nella propria lingua anche in un altro paese.

Parole.

Nel nostro caso, la Scuola europea è stato uno dei motivi per i quali inizialmente ho fatto il pendolare tra Lussemburgo e l’Italia. Appena arrivato qui avevo iniziato a raccogliere informazioni sulla scuola; quello che avevo scoperto non ci era piaciuto e i nostri figli erano rimasti a scuola in Italia. Poi abbiamo deciso di provarci comunque e, dopo due anni, con una figlia quasi alla fine del ciclo scolastico e un figlio in quarta elementare, possiamo parlare a ragion veduta, oltre che basandoci sull’esperienza pluriennale all’interno della scuola italiana, sia di mia moglie che mia.

Ancora più che in Italia, occorre avere fortuna e incontrare sulla propria strada insegnanti bravi e motivati, soprattutto nella scuola primaria. Il programma è quanto mai frammentato, gli argomenti non vengono mai approfonditi, la giornata scolastica è spezzettata in periodi di 45 minuti, quanto di più deleterio per bambini che magari faticano a concentrarsi e avrebbero quindi bisogno di più tempo per entrare in sintonia con l’argomento che si sta trattando. Mio figlio ha trattato i Romani in una settimana, la geografia dell’Italia in due. Il sostegno ai bambini in difficoltà è pressoché nullo, un’ora alla settimana da richiedere l’anno precedente e salvo approvazione.

Nella scuola secondaria si continua sulla stessa linea. Storia e geografia si studiano in una lingua straniera, il che significa che lo spazio dedicato alla storia italiana è zero. Il voto sulla pagella è praticamente deciso dall’esito di una prova finale e gli insegnanti hanno poca possibilità di influire sulla decisione di promozione o bocciatura. Tutti i voti derivano da una media matematica e i margini di modifica sono strettissimi. Il sostegno agli alunni in difficoltà passa da poco a nulla. Chi è bravo va bene, chi fa fatica, beh, peggio per lui.

Davvero c’è da rimpiangere la scuola italiana, per quanto bistrattata, tartassata, privata dei mezzi per svolgere al meglio la sua funzione. Eppure c’è un’attenzione diversa alla persona e ai suoi bisogni, c’è sempre la ricerca del dialogo, con l’alunno e con la famiglia, per trovare insieme una soluzione ai problemi. C’è, in due parole, quella capacità tutta italiana di arrangiarsi anche quando non ci sono i mezzi, di mettere da parte le regole scritte per adeguare il comportamento alle persone con cui si lavora.

In quanto italiani, dovremmo esserne orgogliosi.

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