Tag

, ,

Il titolo stesso, In un mondo migliore, fa pensare che ce ne sia uno peggiore. Il film di Susanne Bier, che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero, inizia in Africa, in un campo profughi in cui Anton, il protagonista, padre di Elias, lavora come medico. A casa, in Danimarca, ha lasciato la moglie Marianne, da cui si sta separando, e due figli, di cui Elias è il maggiore. A scuola, Elias è tiranneggiato da un gruppo di bulli finché non viene a salvarlo Christian, appena arrivato da Londra, dove ha perso la madre, malata di cancro. Tra i due ragazzi nasce un’amicizia che vira presto verso la violenza e la vendetta (il titolo originale del film è per l’appunto Hævnen, Vendetta).

C’è chi ha scritto che il film in fondo è buonista, che cerca un lieto fine anche in una situazione in cui è difficile immaginarne uno. A me sembra piuttosto che sia un film realista, che porta avanti una storia fino alle inevitabili conseguenze. Certo, poteva andare peggio per i due ragazzi, ma poteva anche andare meglio e i due potevano rendersi conto del guaio che stavano combinando prima di arrivare alle estreme conseguenze. Ma non credo che il punto sia questo. Credo invece che il buono (molto buono) del film stia proprio nel seguire la storia e riuscire nello stesso tempo a metterci dentro riflessioni anche profonde sui meccanismi che regolano i rapporti tra le persone in una società ricca, come quella danese, o in una al limite della sopravvivenza, come il campo profughi africano in cui lavora Anton.

Stilisticamente, Bier lavora su coppie di storie. Anton, padre di Elias, si rispecchia in Claus, padre di Cristian; il tiranno africano nel prepotente danese che picchia Anton e inconsciamente dà il via a una vicenda che potrebbe concludersi in tragedia; i due bambini si completano e si commentano; Marianne si confronta con la madre di Christian, che appare solo in una foto senza capelli e nei ricordi del marito e del figlio. L’Africa si scontra con la Danimarca.

Sembra Shakespeare, con trame e sottotrame che si arricchiscono a vicenda, punteggiate da dialoghi scarni e da paesaggi da togliere il fiato, che siano le pianure polverose dell’Africa o le sere infinite del Nord Europa.

È un film da vedere, per scoprire come parlare di ragazzi, violenza e amore senza scadere mai nel banale.

Annunci