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Ho appena finito di leggere Diario di scuola, di Daniel Pennac. Strano a credersi, ma Pennac, uno degli scrittori più popolari degli ultimi anni, è disortografico e a scuola andava malissimo. È diventato scrittore grazie (anche) a un suo insegnante che ne ha intuito la capacità di inventare storie e gli ha imposto di scrivere un romanzo, consegnandogli un capitolo al mese.

Secondo Pennac, gli insegnanti non riescono a concepire che un ragazzo possa non capire quello che a loro appare tanto chiaro, non sanno come avvicinarsi a un somaro e, soprattutto, non lo vogliono fare, convinti come sono che i somari non meritino il loro impegno. L’alunno modello è, ovviamente, quello che capisce tutto al volo e ottiene buoni voti in tutte le materie. Non si rendono conto, questi insegnanti, che se tutti gli alunni fossero così il loro lavoro perderebbe gran parte della sua ragione di esistere, che gli insegnanti potrebbero essere sostituiti da un unico insegnante nazionale che spiega in videoconferenza la stessa cosa a tutti gli studenti. Alla fine molti docenti vanno in classe non per spiegare, farsi capire, fare breccia nella testa (e anche nel cuore) dei somari, ma per giudicare il livello raggiunto e compiacersi nel vedersi rispecchiati negli studenti più bravi. E intendiamoci, non c’è niente di male nel cercare gratificazioni nel proprio lavoro, ma prima occorrerebbe anche farlo, il lavoro.

Indirettamente, Pennac conferma la sensazione che avevo sempre avuto lavorando a scuola, e cioè che gli insegnanti davvero bravi, in grado di stabilire un rapporto empatico con l’alunno (che è poi la base per l’apprendimento), siano tutto sommato una minoranza. Il lato positivo, però, è che questa minoranza è spesso sufficiente: Pennac stesso ricorda solo quattro professori tra quelli incontrati in tutta la sua vita scolastica, quelli che sono stati capaci di farlo uscire dagli abissi della sua somaritudine.

E serve davvero a poco, come fanno molti insegnanti anche famosi, dire che non si può spiegare Tasso a chi fa la fila nei centri commerciali. La sfida dovrebbe essere proprio questa, trovare il modo per rendere Tasso più interessante anche per chi fa la fila nei centri commerciali. Altrimenti è tutta una scusa per non fare il proprio lavoro e rifugiarsi nei luoghi comuni. E la scuola, già oppressa per altri motivi, resterà un luogo dal quale i somari (ma non solo loro) cercheranno di fuggire il più presto possibile.

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