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Arundhati Roy ha scritto uno dei miei romanzi preferiti di tutti i tempi, Il dio delle piccole cose. The Guardian l’ha intervistata, parlando soprattutto del suo impegno come attivista politica. Tra le righe, però, c’è spazio anche per qualche informazione sul possibile secondo romanzo (Il dio delle piccole cose è del 1996, e da allora Roy ha scritto solo saggi).

Direi che possiamo metterci il cuore in pace. Un secondo romanzo, se mai arriverà, è ancora lontano nel tempo; l’autrice non ha in mente una trama, e ci lavora solo nel tempo libero. Dalle sue parole emerge un’immagine lontanissima da quella di certi scrittori famosi, che cercano di pubblicare romanzi a raffica per non perdere il contatto con il pubblico e cavalcare l’onda del successo. “Non sono per niente ambiziosa”, dice. Finanziariamente non ha problemi, dopo il successo planetario del suo romanzo, quindi scrive per il piacere di farlo, e non si sente sotto pressione per dover scrivere il seguito di un capolavoro: “Non siamo bambini che vogliono essere i primi della classe e vincere premi.” Interessante anche il fatto che si sia sempre opposta a una riduzione cinematografica del suo romanzo: “Ogni lettore ha una sua visione in testa e io non volevo che fosse tutta dentro un solo film”.

Arundhati Roy è un personaggio affascinante, e Il dio delle piccole cose un romanzo da leggere assolutamente.

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