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Prima di giudicare le parole di Giorgio Napolitano sull’opportunità di concedere la cittadinanza italiana ai figli degli stranieri nati in Italia, occorrerebbe farsi qualche domanda, la prima delle quali potrebbe essere, per esempio: “Quali sono i requisiti perché qualcuno possa considerarsi italiano?”.

Il sangue? Assurdo: etnicamente parlando, l’Italia non è omogenea e le differenze tra un altoatesino e un siciliano sono enormi. Se si ragionasse in questo modo, non solo dovremmo creare tanti Stati quante sono le etnie (lombardi? siciliani? toscani?), ma dovremmo anche fare di tutto per preservare la “razza”, vietando i matrimoni misti (e io, lombardo da generazioni, non avrei potuto sposare mia moglie, che ha un quarto di sangue pugliese e quindi non è lombarda purosangue).

Il fatto è che i concetti di “ius sanguinis” e “ius soli” sono superati. In un mondo in cui aumentano i matrimoni misti e in cui le persone si spostano e vanno a vivere altrove in un modo inimmaginabile solo qualche decennio fa, l’idea stessa di cittadinanza e nazionalità deve essere rivista. È italiano chi è figlio di italiani, certo, ma cosa dire di chi è nato e vive all’estero pur essendo figlio di italiani? È più o meno italiano di chi, figlio di stranieri, è nato e ha studiato in Italia, acquisendo così la cultura del posto?

A me piace pensare che la cittadinanza sia una scelta, che si possa decidere di fare parte di un paese perché ci si trova bene, perché si vorrebbe farne parte. La scelta di molto stranieri di diventare italiani dovrebbe allora riempirci di orgoglio, per avere in parte contribuito a formare un ambiente in cui chi arriva da lontano decide di restare a vivere.

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