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Parlando prevalentemente d’altro, Lucio Bragagnolo fa una breve riflessione sullo sciopero dei mezzi pubblici a Milano, venerdì scorso:

Ho vissuto una eccellente giornata di lavoro e pubbliche relazioni, risolvendo l’assenza di mezzi pubblici con un paio di buone passeggiate in libertà. Certo, mi posso permettere un iPad, ho il privilegio di decidere i miei orari di lavoro, sono sano e robusto a sufficienza per camminare a volontà, lavoro con persone intelligenti e elastiche. La vita è generosa con me e sono fortunato.

Se invece mi trovassi in difficoltà finanziarie o di lavoro, fossi malato, avessi problemi di mobilità o datori di lavoro intransigenti, la mancanza di mezzi pubblici mi avrebbe causato un bel po’ di problemi.

Prendersela con i più deboli è da vigliacchi.

Tra i commenti c’è chi cita Sallusti, direttore del Giornale, parlando anche di diritto allo sciopero garantito dalla costituzione. Una specie di riflesso condizionato, screditare l’interlocutore invece di entrare nel merito, ma non è questo il punto.

Il punto è a che cosa serve lo sciopero in un servizo pubblico. Quando lavoravo a scuola non scioperavo mai, anche se spesso condividevo le ragioni dello sciopero. Uno sciopero degli insegnanti fa felici gli studenti, che restano a casa o al massimo ci tornano dopo essersi comunque alzati presto; crea problemi alle famiglie, per lo meno a quelle con figli piccoli, perché devono organizzarsi per non lasciare i figli a casa da soli tutta la giornata; semplifica la vita agli autisti degli autobus, perché riduce l’affollamento e sfoltisce il traffico. Soprattutto, non crea problemi al ministero dell’Istruzione, cioè proprio l’entità che dovrebbe essere danneggiata dallo sciopero: il ministero non paga la giornata agli insegnanti e risparmia dunque soldi.

Ricordo che andavo regolarmente in classe, affrontavo le proteste degli studenti che avrebbero voluto rimanere a casa, spiegavo le ragioni dello sciopero, i motivi per cui le condividevo e i motivi per cui non avevo scioperato, e poi, nel tempo che rimaneva, facevo lezione. In questo modo passava il messaggio senza danneggiare nessuno, e soprattutto senza fare un favore al ministero contro il quale si voleva protestare.

Penso che sia indispensabile ripensare non alle ragioni degli scioperi, ma alle loro modalità. Si fa un gran parlare di equità, ma poi non si approfitta delle occasioni disponibili per metterla in pratica. Alla fine chi va di mezzo sono, come sempre, i più deboli. E questo non è certamente equo.

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