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Qualche settimana fa siamo stati a Firenze e abbiamo deciso di visitare la Galleria degli Uffizi. La proprietaria dell’appartamento presso il quale abbiamo dormito si è offerta di prenotarci i biglietti per la visita in modo da evitarci la coda. Avevamo già controllato il sito del museo e sapevamo che avremmo pagato un sovrapprezzo di 4 euro, mentre i biglietti per i ragazzi erano gratis. Abbiamo ringraziato la signora e le abbiamo detto di procedere pure.

Arrivati a Firenze scopriamo che non abbiamo materialmente i biglietti, ma un codice di prenotazione con cui presentarci allo sportello e ritirare i biglietti.

La mattina seguente ci presentiamo agli Uffizi e, dopo avere trovato l’ingresso riservato alle prenotazioni, ci mettiamo in coda allo sportello, sul quale è scritto chiaramente “No credit card. No bancomat”. Comunichiamo il numero di prenotazione e diciamo che siamo due adulti e due ragazzi sotto i 18 anni. “Fanno 29 euro”, dice la cassiera. I conti non tornano: due biglietti a 6,50, quattro euro per la prenotazione e due gratis fanno diciassette. “No”, spiega la cassiera, “i quattro euro sono per ogni biglietto, anche per quelli gratuiti.” Protesto dicendo che non ha senso spendere più del doppio e per di più pagare anche biglietti che sono in effetti gratis. “Visto che è ancora presto”, dice sempre la cassiera, “provate ad andare all’ingresso normale; se non c’è fila ve la cavate in fretta e risparmiate qualcosa.” “E le prenotazioni?”, chiedo, ingenuo. “È come se non vi foste presentati”, conclude lei.

Cambiamo sportello, non c’è nessuno, paghiamo tredici euro, rigorosamente in contanti, no credit card, no bancomat, e sprofondiamo nel Rinascimento. Dal secolo scorso non eravamo mai usciti.

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