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A volte le guide turistiche danno indicazioni imprecise. La guida Lonely Planet sugli Stati Uniti orientali, per esempio, consiglia di prendere il traghetto verso Ellis Island partendo da Liberty State Park, nel New Jersey, dove si arriva prendendo la metropolitana (Path) e scendendo alla fermata Exchange Place. Gli autori dimenticano però di dire che dalla fermata all’imbarco c’è da camminare parecchio, il tutto lungo strade esposte al sole, che, la mattina in cui ci siamo andati noi, picchiava parecchio.

Quando siamo sbarcati su Ellis Island, quindi, ci sentivamo stanchi e affaticati, fatte le dovute proporzioni un po’ come gli immigrati che, un secolo fa, sbarcavano qui e cercavano di superare i colloqui e gli esami che li separavano dalla loro vita futura negli Usa.

Una volta ritirate le audioguide, ci siamo addentrati lungo il percorso della visita. Va detto che il percorso è completo, che le guide sono fatte benissimo, che ci sono descrizioni apposite per i bambini. E va anche detto che mano a mano che si procede nella visita si scopre che molto di quello che sapevamo su Ellis Island non è vero. È vero che gli immigranti venivano ammassati nell’enorme salone in cui poi venivano interrogati, ed è vero che si veniva rispediti indietro in presenza di certe malattie o di un quoziente di intelligenza troppo basso, misurato con criteri che oggi fanno sorridere. Però da Ellis Island sono passate oltre dodici milioni di persone, e gli esclusi sono stati solo il 2%, circa 250.000 persone. È un numero enorme, d’accordo, ma quasi sparisce di fronte al 98% che ha potuto cercare di costruirsi una nuova vita.

Visitare Ellis Island è un modo per capire gli Usa. Un secolo fa il governo si preoccupava di insegnare l’inglese agli immigrati perché si integrassero il più presto possibile nella società, arrivando a fornire libri di testo gratuiti a chi non se li poteva permettere. Ed è vero che, come recita la testimonianza di un immigrato che si può leggere nel corso della visita, “non solo le strade non erano lastricate d’oro, come mi avevano detto, ma spesso le strade non c’erano e dovevo costruirle io”. Ma pensiamo a cosa succede in Italia oggi, un secolo dopo. Qualcuno conosce un senegalese direttore di banca? O un algerino amministratore delegato di un’azienda?

La visita di Ellis Island aiuta a capire come mai gli americani ti vengano subito in aiuto se ti vedono in difficoltà, come mai cerchino di stabilire un contatto non appena se ne presenta l’occasione, come mai ti chiedano sempre da dove vieni e tirino fuori un’esperienza personale o un parente lontano per farti sentire che anche loro vengono da lontano. Sono tutti immigrati, a partire dai nativi, arrivati dall’Asia, e dai puritani che sbarcarono dalla Mayflower, e non l’hanno dimenticato.

Per questo, nonostante tutti i loro difetti, che non voglio certo negare, gli Usa sono un grande paese. Perché tutti sono americani, ma sono tutti diversi; perché sono pronti ad accogliere gli altri, purché rispettino la legge; perché quando entro in un negozio e il commesso ti dice “Hello, how are you?” resti spiazzato, e sei subito obbligato a interagire con lui.

È un paese dove si può sperare.

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