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Ogni fine d’anno, Gianni Mura compila per Repubblica un elenco di cento personaggi, prevalentemente del mondo dello sport, che secondo lui hanno segnato in modo importante l’anno che si sta concludendo. Tra quelli segnalati per il 2012 c’è lo scrittore Ray Bradbury, morto lo scorso giugno, di cui Mura scrive:

Bravi alla Nasa: il pezzo di Marte dove s’è posato Curiosity dal 22 agosto si chiama Bradbury Landing. Rileggere “Cronache marziane” e “Fahrenheit 451” per capire quanto resta attuale. E sapere che fino all’ultimo impedì che i suoi libri fossero pubblicati in forma digitale. Un grande, anche in questo. Cedette solo nel 2011. Quasi perfetto. 9,5.

Perché mai uno scrittore che impedisce che le sue opere siano pubblicate in formato digitale è automaticamente “un grande”? Basta spostare la prospettiva per vedere che si tratta di una posizione non sostenibile: pensiamo a un musicista che si fosse rifiutato di ripubblicare le proprie opere su CD, o, ancora più indietro, a uno scrittore che avesse preteso che i suoi libri non venissero stampati in grandi tirature — vuoi mettere il piacere di tenere in mano una pergamena miniata rispetto a un volgare libro?

I romanzi sono fatti di parole, non di carta. Più di chi sostiene in modo incondizionato tutte le novità tecnologiche mi infastidisce solo chi per principio le rifiuta.

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