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Giuliano Amato, in un’intervista apparsa oggi sul Corriere della sera, a proposito del prelievo forzoso sui conti correnti deciso dal suo governo nel luglio del 1992:

Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c’era nei nostri conti. Passai un’intera notte a cercare alternative, e tutto l’apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l’Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l’Iva sui prodotti popolari. […] Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: “Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi”. Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d’accordo; in realtà Ciampi non l’aveva neanche sentito, e la misura passò.

In quel periodo mia moglie e io stavamo perfezionando l’acquisto della nostra casa ed esattamente la notte in cui avvenne il prelievo la banca aveva appena erogato tutto l’importo che ci sarebbe servito per il rogito. Il prelievo che subimmo fu pari a un mese di stipendio.

Dopo oltre vent’anni scopriamo che il tutto avvenne perché un uomo che nelle scorse settimane sarebbe potuto diventare presidente della Repubblica o presidente del Consiglio sbagliò a interpretare un cenno del capo, senza neanche prendersi la briga di chiedere una conferma a voce. C’è di che riflettere.

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