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Per Natale a casa è arrivato un iMac. Serviva, dato che il mio MacBook ha ormai sette anni e che il MacBook Air va a scuola con mio figlio ed è quindi poco disponibile.

All’accensione, OS X mi ha chiesto se volessi importare dati da altri computer. Ho detto di sì e ho trasferito i dati dal MacBook Air via wi-fi (il portatile non ha una porta Ethernet), poco più di un’ora per una ventina di GB. Al termine mi sono trovato di fronte una schermata che mi chiedeva se volessi impostare i servizi di localizzazione. Il problema è che né la tastiera né il mouse rispondevano, e non ho avuto altra scelta se non spegnere con il pulsante di accensione.

Riavvio e ritrovo la stessa finestra: collego il MacBook via Ethernet e inizio a importare, questa volta anche le applicazioni. I gigabyte sono molti di più, e anche il tempo di trasferimento si moltiplica: il cavo, stranamente, sembra ancora più lento del wi-fi e il tempo stimato supera le dieci ore. Vado a letto lasciando i computer a fare il loro lavoro.

La mattina dopo ho ancora la schermata sulla localizzazione, e di nuovo è tutto bloccato. Riavvio come avevo fatto il giorno precedente e questa volta procedo, dato che non ho più niente da importare. Appena l’avvio è completo scopro con soddisfazione che c’è tutto: un utente per ciascun membro della famiglia, un utente amministratore, un utente ospite, tutte le applicazioni, i documenti, la musica, le foto.

Ieri raccontavo tutto questo a una collega che si occupa di computer, con una punta di delusione perché per ben due volte tutto era bloccato e avevo dovuto riavviare. Il suo commento è stato che con due soli riavvii mi era andata davvero bene. Ho pensato che davvero tutto dipende dalle aspettative, che noi che usiamo Mac siamo davvero un po’ viziati e che, se spendere qualcosa in più mi fa risparmiare due giorni di imprecazioni, sono ben contento di non avere risparmiato.

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