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Un articolo recente di Massimo Mantellini mi ha fatto riflettere di nuovo sul tema della tecnologia, e, più in generale, dell’innovazione a scuola. Il governo Renzi non ha un ministro per l’innovazione e neanche un sottosegretario. Chi pure gestisce blog, Twitter e Facebook, come lo stesso Renzi o Ivan Scalfarotto, ha altro di cui occuparsi.

Anch’io condivido l’impressione che, tra le riforme istituzionali, il jobs act e la sburocratizzazione, orrendo neologismo, l’innovazione farà la fine che ha sempre fatto, cioè resterà al palo. Si potrebbe partire, per esempio, dal dotare tutte le scuole di wi-fi: mio figlio, per dirne una, va a scuola con il computer e con quello scrive, poi passa i suoi lavori su una chiavetta e la gira agli insegnanti. Non può andare a scuola con un iPad, che lo alleggerirebbe e gli semplificherebbe la vita, perché non saprebbe come trasferire un file sul computer di classe.

A cascata, questo renderebbe possibile pensare a lezioni diverse, in cui ci si collega a Wikipedia e si scrivono gli articoli, invece di leggerli passivamente, in cui diventa inutile fare costose fotocopie perché quello che serve si trasferisce subito agli alunni, o in cui non serve copiare dalla lavagna, perchè il contenuto della lavagna arriva subito sui tablet.

Ovviamente niente di tutto questo è possibile senza un cambiamento culturale degli insegnanti, che devono riuscire a trovare il punto d’incontro fra l’apprendimento e l’insegnamento tradizionali, come sono stati finora, e forme nuove, facendo sì che sappiano convivere senza escludersi e farsi la guerra.

Temo che tutto questo resterà nel libro dei desideri ancora per parecchio tempo.

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