Compreso nel prezzo

Dice che i computer Apple sono cari.

Poi ti accorgi che il dizionario italiano installato di serie nel Mac è il Devoto-Oli, consultabile con un tocco del trackpad, e scopri di avere risparmiato qualche decina di euro per la versione cartacea o per quella digitale. Scopri anche che il dizionario inglese-italiano fornito di serie non ha niente da invidiare ad altri più costosi, cioè tutti gli altri.

Poi ti accorgi che l’ultima versione di macOS, High Sierra, contiene un server Time Machine. Se uno ha in casa diversi Mac che fanno il backup con Time Machine (io ne ho quattro) significa che non è più necessario avere un disco per ciascun computer, né tantomeno avere un NAS su cui far confluire tutto, come ho fatto io fino a pochi giorni fa. Significa comprare un solo disco invece di quattro e non dover acquistare un NAS, per cui bisogna mettere in conto almeno un centinaio di euro.

Poi, certo, i Dell costano meno.

Imbecilli di ogni epoca

Karl Kraus, 16 ottobre 1907, centodieci (110) anni fa:

I nemici delle vaccinazioni – anche questa è una professione – hanno detto che a Vienna non è scoppiato il vaiolo, ma un’epidemia da vaccino. Ora, anche loro sanno valutare il valore della profilassi, ma la loro prudenza è un po’ esagerata: si prendono il vaiolo per proteggersi dal vaccino.

Noi oggi siamo più avanti e organizziamo i morbillo-party. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere.

Come si fanno i riassunti

Condivido ogni singola parola di mrs. cosedalibri, e raccomando caldamente di sottoscrivere l’abbonamento a Anteprima. Cinquanta euro per 240 uscite significa 21 centesimi a numero, un quinto del prezzo di un caffè al bar e metà di una capsula Nespresso.

Al di là del valore informativo, fossi (ancora) un insegnante farei leggere uno degli illeggibili articoli della maggior parte dei quotidiani italiani insieme al riassunto che ne fa Giorgio Dell’Arti. Dall’impietoso confronto i ragazzi impararebbero come si sintetizza, come si estrae il succo di quello che c’è da dire e si lascia da parte il resto. E anche, soprattutto, come si scrive in italiano.

Sarò breve

Sono allo sportello di un ufficio pubblico mentre l’impiegato fa quello che gli ho chiesto di fare. Sul suo tavolo vedo la stampa di una email.

Dopo l’intestazione, con mittente, destinatario, oggetto, data e ora, c’è scritto in una riga che l’impiegato deve ricordarsi di inserire i suoi orari di lavoro della settimana precedente.

Segue la firma del superiore che ha navigato il messaggio, quasi dieci righe con nome, telefono, ufficio, fax, email e chissà cos’altro. Poi ecco il disclaimer che invita a distruggere il messaggio se lo si è ricevuto per errore, ai sensi di non so quale norma: sei righe Infine, in due righe, l’invito a non stampare il messaggio se proprio non è necessario.

Evidentemente era necessario stamparlo, ma era necessario anche inviare una mail di venticinque righe per una comunicazione di dieci parole?

Ulteriori prove dell’obsolescenza programmata

La mia esperienza su un iPad vintage si arricchisce di nuovi, interessanti dettagli che aiutano a capire come Apple pianifichi e gestisca l’obsolescenza dei suoi dispositivi.

Partiamo dalla batteria. L’altro giorno ho usato iPad per prendere appunti per quasi quattro ore. Ovviamente non sono state quattro ore di uso continuato: di tanto in tanto il dispositivo andava in stop, ma diciamo comunque che ho scritto per almeno due ore. Al termine la batteria era scesa da 100 a 75%, che non mi sembra male per un iPad di sette anni.

L’aspetto che più mi ha colpito finora, comunque, è la gestione della autenticazione a due fattori, cioè quel livello di sicurezza supplementare per cui posso accedere al mio account iCloud solo digitando sul dispositivo un codice a sei cifre che appare su un altro dispositivo. Ovviamente ai tempi di iOS 5 neanche si sapeva cosa fosse l’autenticazione a due fattori, quindi al vecchio iPad manca proprio l’interfaccia per usare questa funzione.

Eppure il probloema è stato risolto in un modo brillante: iCloud invia il codice a sei cifre a un altro dispositivo, mentre su iPad appare un avviso che mi chiede di inserire la mia password seguita dalle 6 cifre.

Evidentemente qualcuno in Apple ha pensato al problema e ha studiato una soluzione indubbiamente efficace. Alla faccia di chi è sicuro del contrario.

Obsolescenza programmata

Si sa che Apple è cattiva. Rallenta di proposito i nostri iPhone per far sì che noi, stufi del disagio, ne compriamo un altro. In Francia le hanno perfino fatto causa.

La logica perversa di tutto questo è stata smontata da Lucio Bragagnolo, e non c’è proprio niente altro da aggiungere.

Al lavoro mi sono state affidate nuove mansioni, che comportano tra l’altro la partecipazione a molte più riunioni e più responsabilità organizzative. Dato che sono un disastro nel prendere appunti su carta, ho chiesto di avere a disposizione un iPad per scrivere note e gestirle meglio. Mi hanno risposto che gli iPad vengono forniti solo al management, di cui io non faccio parte.

Ho preso in considerazione l’idea di comprarne uno, ma ho deciso invece di usare quello di mia moglie, che è quasi sempre disponibile (lei usa un iPhone 6s e un MacBook Pro del 2012 per lavorare). Per prendere appunti uso Simplenote, che grazie ai tag mi permette di organizzare tutte le note e averle disponibili anche sul computer fisso dell’ufficio, dove posso modificarle e perfezionarle. Funziona tutto bene, devo ancora verificare sulla lunga distanza se è lo strumento giusto, ma credo di sì.

Oh, and one more thing, come avrebbe detto Steve Jobs: l’iPad in questione è del 2010 e ci gira iOS 5.1.1.

Chi ci conosce e chi no

Un interessante articolo di Gizmodo spiega bene quali siano i meccanismi usati da Facebook per proporre nuovi amici (le “Persone che potresti conoscere”. È in inglese, ma vale la pena. Per chi proprio non capisse, basta dare il testo originale in pasto a Deepl per ritrovarsi una versione italiana più che dignitosa. En passant, Deepl è molto meglio di Google Translate, e oltretutto è un modo per non fornire a Google più informazioni su di noi di quante già non ne prendano da soli.

L’articolo è a suo modo inquietante. Come spiega John Gruber, probabilmente Facebook ha dati anche di chi non si è mai neanche registrato. Basta apparire tra i contatti di qualcuno che li ha condivisi con Facebook.

Dovrebbe bastare a farci limitare il tempo che passiamo su Facebook o le informazioni, le foto, i nostri dati che mettiamo in piazza davanti a tutti.

Io ci passo si e no mezz’ora alla settimana, e non me ne sono ancora pentito.