Obsolescenza programmata

Si sa che Apple è cattiva. Rallenta di proposito i nostri iPhone per far sì che noi, stufi del disagio, ne compriamo un altro. In Francia le hanno perfino fatto causa.

La logica perversa di tutto questo è stata smontata da Lucio Bragagnolo, e non c’è proprio niente altro da aggiungere.

Al lavoro mi sono state affidate nuove mansioni, che comportano tra l’altro la partecipazione a molte più riunioni e più responsabilità organizzative. Dato che sono un disastro nel prendere appunti su carta, ho chiesto di avere a disposizione un iPad per scrivere note e gestirle meglio. Mi hanno risposto che gli iPad vengono forniti solo al management, di cui io non faccio parte.

Ho preso in considerazione l’idea di comprarne uno, ma ho deciso invece di usare quello di mia moglie, che è quasi sempre disponibile (lei usa un iPhone 6s e un MacBook Pro del 2012 per lavorare). Per prendere appunti uso Simplenote, che grazie ai tag mi permette di organizzare tutte le note e averle disponibili anche sul computer fisso dell’ufficio, dove posso modificarle e perfezionarle. Funziona tutto bene, devo ancora verificare sulla lunga distanza se è lo strumento giusto, ma credo di sì.

Oh, and one more thing, come avrebbe detto Steve Jobs: l’iPad in questione è del 2010 e ci gira iOS 5.1.1.

Stralci di conversazione

Una sera al ristorante e come spesso accade si finisce a parlare di computer. Ovviamente io sono “quello che usa il Mac” e ovviamente l’osservazione è “Sì, va bene, ma sono cari”.

Rispondo che se uno tiene anche al suo tempo non sono poi così cari, dato che il tempo di setup e manutenzione è prossimo allo zero. Apriti cielo.

Partono commenti su OS X che fa tutto da solo. “Imposta da solo la connessione, il backup, Time Machine, che roba è? Voglio decidere IO come impostare la connessione e di cosa fare il backup e quando.”

“Ah, e non parliamo della musica e delle foto. Perché devo essere obbligato ad aprire iTunes o iPhoto per cancellare una canzone o una foto? Con Windows apro il disco C, slash Musica o slash Foto e faccio quello che voglio. Voglio avere IO il controllo, non deve essere il computer che decide dove salvare le MIE cose”

Provo a dire che anche per aprire il disco C tocca usare un programma, ma non ho molto successo. E poi, perché non dovrebbe essere il computer a decidere dove salvare i file? Basta che me li faccia ritrovare in fretta quando mi servono.

“Poi OS X ancora ancora, alla fine è Linux con una bella interfaccia, ma quello che non sopporto è il sistema dell’iPhone e dell’iPad. Perché non devo poter vedere dove sono i file e farne quello che voglio? Su OS X posso aprire il Terminale e se voglio formatto tutto il disco, perché con l’iPhone non devo poterlo fare?”

Azzardo: forse perché nel giro di tre giorni Apple riceverebbe un milione di mail da utenti infuriati che per sbaglio hanno cancellato tutto?

Per fortuna arriva un vassoio di uramaki e la conversazione si spegne.

Più passa il tempo, più sono convinto che il mondo degli utenti di computer, in senso lato, si divide tra chi li usa e li fa lavorare e chi passa il tempo a organizzarli, forse ignorando che un computer si sa organizzare benissimo da solo.

Breve promemoria

Ai siti che vivono pubblicando la qualunque, purché serva a screditare Apple, senza farsi mai nemmeno una domanda, non pare vero potersi lanciare nella presa in giro di chi, infettatosi con WireLurker, è costretto a una serie di operazioni per disinfettare Mac e iPhone.

Ricordo brevemente cosa bisogna fare per prendersi WireLurker:

  1. scaricare un’app per Mac da siti non meglio identificati;
  2. ignorare l’avvertimento di OS X che informa che l’app non proviene da uno sviluppatore identificato;
  3. inserire la password di amministratore quando il sistema lo richiede;
  4. collegare iPhone al Mac via cavo;
  5. consentire all’iPhone di installare un certificato di autorizzazione senza neanche chiedersi come mai appaia quella domanda per lo meno strana.

Diciamo che la situazione non è esattamente identica a quella di chi, con Windows, si ritrovava il PC infettato senza nemmeno accorgersene.

Il paradosso, peraltro, è che quegli stessi siti usano queste sedicenti minacce per provare che OS X e iOS non sono sistemi sicuri. In realtà dimostrano solo che, attenendosi ai comportamenti previsti e proposti da Apple, rischi non se ne corrono.

Stupido

Apple deve produrre uno smartwatch. Se non lo fa è destinata al fallimento; se lo fa, sicuramente produrrà un orologio cui mancheranno molte funzioni, come quando si criticava iPod perché non aveva la radio. Come se un oggetto si potesse guidicare solo dal numero di funzioni. A volte, spesso, è proprio il contrario. Questo articolo è di Shawn Blanc, che ringrazio per avermi permesso di tradurlo, e dice tutto quello che c’è da dire.

Più leggo di orologi intelligenti, più apprezzo i miei orologi “stupidi”.

Immagine

Questi sono i due orologi che porto. Quello a sinistra è un Tissot e quello a destra è un Seiko automatico. Nella maggior parte dei giorni porto il Seiko.

Ecco un elenco completo delle funzioni dei miei orologi: indicano l’ora del giorno (anche se sono imprecisi e spesso sbagliano di circa mezzo minuto) e la data. Il Seiko, essendo di classe, indica anche il giorno della settimana. E dato che nessuno dei due sa in che mese siamo, alcune volte all’anno devo portare avanti la data, da 29 o 30 a 1.

Tutto qui.

Ma non porto un orologio solo per sapere che ore sono. In parte lo porto per avere una scusa per non tirare fuori il mio iPhone.

Mi capitava spesso di trovarmi in coda in un negozio e tirare fuori il mio iPhone per vedere che ora fosse. Poi, per pura abitudine, sbloccavo e mi ritrovavo subito a scorrere tweet o leggere email senza davvero trattarle. Poi la coda andava avanti e rimettevo in tasca l’iPhone e se mi aveste chiesto che ora fosse non avrei neanche saputo dirlo.

I miei orologi analogici mi ricordano che esiste un utilizzo anche senza una connessione Internet e che l’utilità non richiede il software più aggiornato.

I miei orologi non hanno un display touch interattivo. E neanche hanno Wi-Fi, Bluetooth, LTE o USB. Diamine, il Seiko non ha neanche la batteria: se non lo uso per un paio di giorni smette di funzionare finché non lo ricarico.

Non ci sono app per i miei orologi. Non posso abbinarli all’iPhone o impartire loro comandi vocali, non mi danno indicazioni stradali e non posso usarli per passare al brano musicale successivo.

Uno dei vantaggi è che i miei orologi non richiedono aggiornamenti e non saranno “lenti e obsoleti” fra un anno, quando uscirà la nuova versione. In realtà non diventeranno mai obsoleti e insignificanti finché non si romperanno del tutto.

Tra 15 o 20 anni spero che i miei figli penseranno che prendere uno dei miei vecchi orologi sia qualcosa di speciale.

Questo non significa che la tecnologia vintage non sia speciale. Ma un vecchio orologio è allo stesso tempo speciale e usabile. Tra 20 anni il mio iPhone originale, per quanto speciale e carico di nostalgia, probabilmente non si accenderà nemmeno.

L’affinità che provo per gli orologi analogici non significa che non mi piaccia l’idea dello smartwatch. Il mio iPhone è uno degli oggetti più straordinari che abbia mai posseduto e usato. Ma la mia esperienza d’uso mi ha insegnato che la promessa di comode notifiche e importanti informazioni va quasi sempre di pari passo con la realtà di distrazioni costanti, richieste di attenzione e forse perfino una dipendenza dai “semplici controlli”.

Quando abbasso lo sguardo sul mio orologio so esattamente quello che mi mostrerà: l’ora.

Piccoli computer crescono

Ci stavo pensando proprio in questi giorni, prima ancora di leggere un articolo di Lucio Bragagnolo su come i computer siano macchine virtualmente senza limiti, che possiamo piegare alle nostre esigenze, facendo con loro sempre qualcosa di nuovo e spingendo sempre un po’ più in là il confine del possibile. La questione, semmai, è definire che cosa sia un computer.

Ci pensavo perché, con ritardo e in modo estremamente limitato, sto provando a giocare con una serie di possibilità offerte da alcune app, come Launch Center Pro o Drafts, in grado di sfruttare una specifica chiamata x-callback-url che, in estrema sintesi, permette a un’app di compiere una certa azione e passare il risultato di quella azione a un’altra app, la quale a sua volta può fare lo stesso, in una catena virtualmente infinita.

La lista delle azioni disponibili per Drafts, per esempio, è lunghissima, ed è destinata a crescere a mano a mano che altre app iniziano a supportare la specifica. Ci sono molte azioni predefinite pronte da usare, ma il vero salto di qualità, e il vero divertimento, consiste nello scriversi da soli le azioni, studiando e applicando la sintassi corretta e modificando il codice se il risultato non è quello che speravamo. Macstories ha pubblicato un lungo articolo che spiega le basi per sfruttare x-callback-url.

È proprio vero: i computer sono virtualmente illimitati nelle loro potenzialità. Sta a noi avere la curiosità e lo spirito giusto per imparare qualcosa di nuovo.

Dimenticavo: il nome di questo computer così potente è iPhone.

Missione impossibile

A Shawn Blanc certo non manca il coraggio. Ce ne vuole da vendere per lanciare un sito come The Sweet Setup, che si propone niente di meno che segnalare le migliori app per iPhone, iPad e Mac. Non le app più recenti, quello sono capaci tutti (insomma…), ma le migliori, segnalate e recensite da uno stuolo di collaboratori di prim’ordine.

Sono curioso di vedere come se la caveranno, tra un milione e passa di app per iOS e non so quante per Mac. La partenza fa ben sperare, con recensioni complete, link e informazioni pratiche. Chi, come me, ama provare nuove app per fare in un altro modo quello che già si fa, ha trovato una miniera d’oro.

Greetings from Viterbo

Quando voglio leggere una recensione approfondita su una app per Mac o iPhone, sempre più spesso vado su Macstories. Trovo spiegazioni (in inglese) dettagliate e soprattutto pratiche, esattamente quello che voglio leggere per capire se quel software particolare mi serve o no e se vale la pena spendere qualche soldo per acquistarlo e usarlo.  

Tra gli autori del sito, il più attivo è Federico Viticci. All’inizio credevo fosse un italoamericano, dato che scrive in un inglese perfetto, poi invece ho scoperto che vive a Viterbo e che ha venticinque anni. Dal suo sito ho anche appreso che ha avuto un cancro, da cui per fortuna è guarito.

Non conosco Federico, ma c’è una cosa che mi piace molto di lui. In un momento in cui si parla tanto di disoccupazione giovanile e della difficoltà a trovare e mantenere un impiego, Federico è riuscito a fare della sua passione un lavoro e a farlo bene, tanto da essere diventato una voce autorevole tra chi si occupa professionalmente di prodotti Apple.

Non so quanto questo lavoro renda a Federico in termini economici, ma mi auguro che continui così, sia per la qualità di quello che scrive che per l’esempio che indirettamente dà a tanti giovani italiani. Il punto non è essere choosy, come diceva qualcuno: Federico è stato molto choosy, e ci ha creduto fino in fondo.